STILI DI VITA, VITA ATTIVA E SPORT. Esiste un’attività fisica di genere? Isabella Scursatone, Maria Caire 22/01/2014

Durante le Olimpiadi della Grecia classica si narra che Callipatera, la madre di un velocista, per avere accesso allo stadio rigorosamente vietato alle donne e vedere il figlio gareggiare, si travestì da uomo. Fu scoperta e, per evitare ulteriori infiltrazioni femminili, si adottò per anni il provvedimento di far denudare all’ingresso dell’arena non solo gli atleti, ma anche gli spettatori. Secoli e secoli più tardi, lo stesso barone Pierre de Coubertin ha ideato le Olimpiadi moderne riprendendo l’idea originale di competizione riservata agli uomini; ma le donne furono ammesse, nonostante la sua opposizione, ai Giochi di Parigi del 1900.

Da allora molte cose sono cambiate e il gentil sesso si è ritagliato un po’ alla volta il suo spazio nello sport e, più in generale, ha iniziato a pensare a una dimensione di vita quotidiana dove ci fosse posto per l’attività fisica. Peraltro, le donne non sembrano aver replicato tale e quale il percorso maschile, ma neppure si sono differenziate in modo assoluto. Per cui parlare in modo dicotomico di “attività fisica di genere” è forse esagerato. Ma certo alcune differenze ci sono.

Quali differenze
La prima questione è se esistano sport più adatti alle donne o se la differenza si giochi sul piano delle abitudini, delle tradizioni, della cultura, al di là delle caratteristiche del corpo maschile (più dotato di forza muscolare) e di quello femminile (più incline a un lavoro di elasticità e coordinazione, ma anche di resistenza). Diversi ricercatori hanno studiato l’appropriatezza degli sport in relazione al genere e tutti hanno evidenziato un numero esiguo di discipline sportive femminili, come gli sport di figura con evidente componente ritmica (ad esempio: l’aerobica, il pattinaggio di figura, il nuoto sincronizzato). La categoria delle discipline sportive maschili è invece molto più numerosa e comprende gli sport di combattimento, di squadra e quelli che richiedono forza muscolare, rischio ed elevato grado di controllo di strumenti o veicoli. L’unico sport di squadra che ritroviamo classificato come neutro da uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Roma La Sapienza e dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico” è la pallavolo.

Questi stereotipi sono comunque rinforzati dalla (scarsa) copertura mediatica dello sport femminile. Le competizioni tra donne con maggiore copertura televisiva sono quelle individuali, mentre gli sport di squadra sono praticamente assenti, fatta eccezione in eventi come i Giochi olimpici. Emblematica è poi l’abitudine di riferirsi a una determinata disciplina, apponendo l’attributo di genere, per esempio calcio femminile o pallavolo femminile, se praticata da donne: indicando così in modo implicito che calcio e pallavolo sono di solito appannaggio esclusivo degli uomini.

Tra agonismo ed espressione
Dal punto di vista della scelta dell’attività fisica più congeniale, la tendenza dei maschi ė fare attività più ludiche, spesso di squadra, con un agonismo esasperato. Un orientamento che si manifesta già nei giovani, quando è determinante il ruolo dei genitori che spesso vedono nei figli dei potenziali campioni. Al contrario, le donne rinunciano volentieri a un’eccessiva fisicità e competizione, ricercando nell’attività fisica anche una forma di espressione corporea. Non a caso nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo, alcune tra le prime forme di attività fisica della donna – le prime “emancipazioni” rispetto a un destino sedentario – sono legate al mondo della danza e della ginnastica.

Nell’ambito degli sport di squadra, la maggior parte prevede proprio quel contatto fisico non gradito al gentil sesso. Un buon motivo per spiegare come mai, la pallavolo, con una rete a dividere le due squadre contendenti, è uno sport molto popolare in Italia tra le donne; mentre la pallacanestro, più di contrasto, non raccoglie molte tesserate. E invece il netball, il “cugino” del basket quasi sconosciuto in Italia, che utilizza i canestri ma che prevede un limitato contatto fisico, è uno sport femminile molto popolare nel Regno Unito. Comunque l’offerta sportiva per le ragazze è ormai piuttosto ampia, in grado di assecondare tutte le inclinazioni: il che equivale a una scusa in meno per non fare movimento. Ci sono anche sport che erano prettamente maschili, come il calcio, che ora sono molto praticati dalle ragazze: senza dubbio, un radicale cambiamento culturale è in corso.

Col tempo, cambiano le esigenze
L’orientamento alla scelta dell’attività fisica cambia nel corso della vita di una donna. In età infantile la bambina viene spesso influenzata dalla famiglia, ma anche dall’offerta di corsi nell’area in cui vive. L’adolescenza è sovente un momento critico, in cui molte ragazze tendono ad abbandonare l’attività sportiva, soprattutto se l’impegno competitivo e degli allenamenti diventa più gravoso e va a sottrarre tempo alla scuola e alle relazioni personali. È poi importante considerare le aspettative di una donna rispetto all’attività fisica. Il fattore estetico è importante, specie dopo i 30-35 anni, anche se non è sufficiente come motivazione soprattutto nel lungo periodo. Qui va chiarito un equivoco di natura culturale: magrezza non sempre corrisponde a vita attiva. Se è vero che una donna attiva è in genere in forma – ma normopeso, difficilmente magrissima – una donna magra o molto magra è talvolta sedentaria, magari accanita fumatrice e sedentaria. E può anche succedere che continui a fumare per non prendere chili. Un circolo vizioso da smontare prima di tutto sul piano dell’informazione e della consapevolezza.

L’attività fisica è vista da molte donne come un modo per scaricare le tensioni, per sentirsi meglio, per fare sana fatica. C’è la ricerca di un’auto-affermazione, di mettere alla prova se stesse. Qualche volta emerge anche il confronto con gli uomini, magari in situazioni dove le differenze di forza, resistenza, mobilità tra il corpo maschile e femminile si attenuano o si annullano, come nel trekking e nell’escursionismo.

Lo sport come volano di aggregazione
In età adulta, i motivi per cui le donne praticano sport di squadra possono essere sintetizzati in alcune parole chiave: attività fisica, divertimento, aggregazione, squadra. A volte si costituiscono squadre di amiche e amici, anche miste quindi, dove lo sport è il pretesto per ritrovarsi un paio di volte alla settimana, restando fisicamente attivi e divertendosi in una dimensione di aggregazione e socializzazione, magari partecipando a campionati di tipo amatoriale o a tornei in località turistiche, coniugando così vacanza e sport.

Parlando invece di scelte individuali, ci sono almeno un paio di tipologie interessanti. Alcune donne non hanno mai condotto una vita sportiva fino ai 40 anni e poi si convertono all’attività fisica perché vogliono stare meglio. Perché sentono le prime avvisaglie della “maturità” e vedono il loro corpo cambiare: tipicamente hanno mal di schiena, si sentono rigide o tendono a ingrassare. Infine, perché vogliono provare nuove esperienze. In genere vanno in palestra, dove l’offerta è amplissima. Oppure si avvicinano alla danza (al tango soprattutto), al jogging e allo speed walking. Ultimamente c’è un forte interesse alla corsa di resistenza, che si spinge fino alla distanza estrema della maratona. Anche in questo caso è premiante l’occasione per fare gruppo e trovare qualcuno con cui condividere belle esperienze. Per contro, può capitare che donne molto sportive da giovani, a volte a livello agonistico, abbandonino del tutto qualsiasi attività per il troppo impegno vissuto negli anni.

Il ruolo femminile nella famiglia
Infine, considerando gli stili di vita, le donne, oltre che rispondere del proprio benessere in funzione di scelte più o meno salutari, hanno una responsabilità aggiuntiva, rappresentando un riferimento per la propria famiglia. Il ruolo esemplare della mamma è ben noto per le abitudini alimentari: scelta del menù, influenza su qualità e quantità di cibo nel piatto, giudizio e messaggi sull’immagine corporea dei figli. Per quanto riguarda l’attività fisica questo ruolo è altrettanto importante, soprattutto nel rapporto tra mamma e figlia, in un momento delicato di costruzione dell’immagine corporea in cui possono intervenire distorsioni con conseguenze a volte drammatiche, come capita in certi casi di anoressia o obesità. È stato dimostrato che il supporto familiare attenua il declino dell’attività fisica tra le adolescenti e pone le basi perché mantengano anche da adulte questa sana abitudine. D’altra parte, c’è esperienza anche di effetti controproducenti: se i genitori spingono con troppa insistenza i figli a fare sport, ottengono il risultato opposto, un deciso rifiuto.

I dati recenti di un’indagine congiunta Coni-Istat realizzata nel 2011 dicono che le donne praticano meno attività fisica degli uomini, ma sono in recupero. Se nel 2000 c’erano 57 donne ogni 100 uomini che praticavano sport in modo saltuario, questo numero è salito a 61 nel 2005 e a 70 nel 2010. Resta invece stabilmente sbilanciato il numero di donne che praticano attività in modo continuativo: 63 ogni 100 uomini nel 2000, 67 nel 2005 e 65 nel 2010. La spiegazione più semplice è che la volontà di fare movimento c’è, ma bisticcia con la quotidianità. A ridimensionare il distacco c’è il fatto che, nella vita di tutti i giorni, una donna è attiva per definizione. Spesso infatti il secondo lavoro, quello domestico, impone comunque un certo impegno fisico: lavare i pavimenti, fare le pulizie di casa, fare la spesa ecc. Qualcuno ha osato obiettare che gli elettrodomestici hanno ridotto di molto questo carico di movimento fisico. Sarà pur vero che le lavandaie di qualche generazione fa consumavano più calorie di una donna d’oggi che carica una lavatrice in pochi minuti. Ma ben vengano, grazie alla lavatrice, quelle calorie bruciate in meno e quei minuti in più di tempo libero da dedicare a se stesse, magari in palestra.

Isabella Scursatone, laureata in Scienze motorie, è docente di “Ginnastica ritmica” e di “Pilates” presso la Scuola universitaria interfacoltà in scienze motorie (Suism) di Torino. È allenatrice e giudice nazionale di ginnastica ritmica, e mass choreographer di cerimonie.

Maria Caire, laureata in Scienze motorie, è docente di “Sport di squadra” e di “Organizzazione degli eventi sportivi” presso la Scuola universitaria interfacoltà in scienze motorie (Suism) di Torino. È manager nell’organizzazione di eventi sportivi.

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