Corso di formazione di II livello 

Il Pilates continua a essere un metodo efficace che permette a tutti di ottenere ottimi risultati, dalla diminuzione dei dolori alla schiena a un miglioramento significativo della flessibilità e della consapevolezza del proprio corpo. Proprio perché è un metodo per tutti è importante che si conoscano e si approfondiscano le varianti che è necessario effettuare in occasione delle diverse caratteristiche degli allievi. Questo corso intende approfondire le conoscenze acquisite e dare gli strumenti essenziali per una programmazione individualizzata che permetta di modulare l’allenamento nel modo più adeguato.

Il 6 e 7 febbraio a Torino, in Via Donati 27.  Il corso sarà a conclusione del I livello di formazione di Pilates Matwork dell’ Accademia  Cultura del Movimento di Torino in collaborazione con la UISP nazionale.

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Corso ISTRUTTORI PILATES MATWORK Primo livello

Tutto è pronto per ripartire con la formazione di Pilates Matwork, in collaborazione con la UISP Nazionale. Il 21/22 e il 27/28 novembre a Torino in Via Donati, 27 ci sarà il Corso di formazione di primo livello al quale seguirà, a gennaio in data da definire, il secondo livello

Il corso è rivolto ai professionisti nel campo delle Scienze Motorie, allenatori e preparatori fisici, operatori nel campo medico/sanitario in genere.

Formatori: 

Isabella Scursatone, laureata in Scienze Motorie presso l’Università di Torino, docente di Ginnastica ritmica e Pilates presso la SUISM di Torino. Responsabile della formazione di CDM di Torino.

Mario Rolfo, laureato in Scienze Motorie presso l’Universita di Torino, già responsabile della rieducazione funzionale dell’Istituto di Medicina dello Sport di Torino. Attualmente a capo del gruppo SPORT CLINIC che si occupa di recupero funzionale e rieducazione sportiva.

Al termine di tutto il percorso verrà rilasciato l’attestato  riconosciuto dalla UISP Nazionale.

Per ulteriori informazioni scrivete a culturadelmovimento@yahoo.it e vi verrà inviato il programma completo e i costi.

Los 6 + 2 Principios del Método Pilates

Avatar di Manuel AlcázarWhy not Pilates?

Hoy te voy a hacer una propuesta. Pero tendrás que leer el post hasta el final para saber de qué se trata.

Si vienes leyendo las últimas entradas, te habrás dado cuenta de que últimamente mis recomendaciones de lectura van un poco más orientadas hacia libros que hacia páginas web u otros blog. Quizá sea por la cantidad de bibligrafía en inglés a la que estoy teniendo acceso aquí en Australia. Aunque siempre lo había escuchado, ahora puedo asegurar que el número de libros publicados sobre Método Pilates y otras técnicas de movimiento consciente en inglés es enorme, al contrario de lo que ocurre en castellano que aunque existen publicaciones de gran valor, son escasas.

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STILI DI VITA, VITA ATTIVA E SPORT. Esiste un’attività fisica di genere? Isabella Scursatone, Maria Caire 22/01/2014

Durante le Olimpiadi della Grecia classica si narra che Callipatera, la madre di un velocista, per avere accesso allo stadio rigorosamente vietato alle donne e vedere il figlio gareggiare, si travestì da uomo. Fu scoperta e, per evitare ulteriori infiltrazioni femminili, si adottò per anni il provvedimento di far denudare all’ingresso dell’arena non solo gli atleti, ma anche gli spettatori. Secoli e secoli più tardi, lo stesso barone Pierre de Coubertin ha ideato le Olimpiadi moderne riprendendo l’idea originale di competizione riservata agli uomini; ma le donne furono ammesse, nonostante la sua opposizione, ai Giochi di Parigi del 1900.

Da allora molte cose sono cambiate e il gentil sesso si è ritagliato un po’ alla volta il suo spazio nello sport e, più in generale, ha iniziato a pensare a una dimensione di vita quotidiana dove ci fosse posto per l’attività fisica. Peraltro, le donne non sembrano aver replicato tale e quale il percorso maschile, ma neppure si sono differenziate in modo assoluto. Per cui parlare in modo dicotomico di “attività fisica di genere” è forse esagerato. Ma certo alcune differenze ci sono.

Quali differenze
La prima questione è se esistano sport più adatti alle donne o se la differenza si giochi sul piano delle abitudini, delle tradizioni, della cultura, al di là delle caratteristiche del corpo maschile (più dotato di forza muscolare) e di quello femminile (più incline a un lavoro di elasticità e coordinazione, ma anche di resistenza). Diversi ricercatori hanno studiato l’appropriatezza degli sport in relazione al genere e tutti hanno evidenziato un numero esiguo di discipline sportive femminili, come gli sport di figura con evidente componente ritmica (ad esempio: l’aerobica, il pattinaggio di figura, il nuoto sincronizzato). La categoria delle discipline sportive maschili è invece molto più numerosa e comprende gli sport di combattimento, di squadra e quelli che richiedono forza muscolare, rischio ed elevato grado di controllo di strumenti o veicoli. L’unico sport di squadra che ritroviamo classificato come neutro da uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Roma La Sapienza e dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico” è la pallavolo.

Questi stereotipi sono comunque rinforzati dalla (scarsa) copertura mediatica dello sport femminile. Le competizioni tra donne con maggiore copertura televisiva sono quelle individuali, mentre gli sport di squadra sono praticamente assenti, fatta eccezione in eventi come i Giochi olimpici. Emblematica è poi l’abitudine di riferirsi a una determinata disciplina, apponendo l’attributo di genere, per esempio calcio femminile o pallavolo femminile, se praticata da donne: indicando così in modo implicito che calcio e pallavolo sono di solito appannaggio esclusivo degli uomini.

Tra agonismo ed espressione
Dal punto di vista della scelta dell’attività fisica più congeniale, la tendenza dei maschi ė fare attività più ludiche, spesso di squadra, con un agonismo esasperato. Un orientamento che si manifesta già nei giovani, quando è determinante il ruolo dei genitori che spesso vedono nei figli dei potenziali campioni. Al contrario, le donne rinunciano volentieri a un’eccessiva fisicità e competizione, ricercando nell’attività fisica anche una forma di espressione corporea. Non a caso nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo, alcune tra le prime forme di attività fisica della donna – le prime “emancipazioni” rispetto a un destino sedentario – sono legate al mondo della danza e della ginnastica.

Nell’ambito degli sport di squadra, la maggior parte prevede proprio quel contatto fisico non gradito al gentil sesso. Un buon motivo per spiegare come mai, la pallavolo, con una rete a dividere le due squadre contendenti, è uno sport molto popolare in Italia tra le donne; mentre la pallacanestro, più di contrasto, non raccoglie molte tesserate. E invece il netball, il “cugino” del basket quasi sconosciuto in Italia, che utilizza i canestri ma che prevede un limitato contatto fisico, è uno sport femminile molto popolare nel Regno Unito. Comunque l’offerta sportiva per le ragazze è ormai piuttosto ampia, in grado di assecondare tutte le inclinazioni: il che equivale a una scusa in meno per non fare movimento. Ci sono anche sport che erano prettamente maschili, come il calcio, che ora sono molto praticati dalle ragazze: senza dubbio, un radicale cambiamento culturale è in corso.

Col tempo, cambiano le esigenze
L’orientamento alla scelta dell’attività fisica cambia nel corso della vita di una donna. In età infantile la bambina viene spesso influenzata dalla famiglia, ma anche dall’offerta di corsi nell’area in cui vive. L’adolescenza è sovente un momento critico, in cui molte ragazze tendono ad abbandonare l’attività sportiva, soprattutto se l’impegno competitivo e degli allenamenti diventa più gravoso e va a sottrarre tempo alla scuola e alle relazioni personali. È poi importante considerare le aspettative di una donna rispetto all’attività fisica. Il fattore estetico è importante, specie dopo i 30-35 anni, anche se non è sufficiente come motivazione soprattutto nel lungo periodo. Qui va chiarito un equivoco di natura culturale: magrezza non sempre corrisponde a vita attiva. Se è vero che una donna attiva è in genere in forma – ma normopeso, difficilmente magrissima – una donna magra o molto magra è talvolta sedentaria, magari accanita fumatrice e sedentaria. E può anche succedere che continui a fumare per non prendere chili. Un circolo vizioso da smontare prima di tutto sul piano dell’informazione e della consapevolezza.

L’attività fisica è vista da molte donne come un modo per scaricare le tensioni, per sentirsi meglio, per fare sana fatica. C’è la ricerca di un’auto-affermazione, di mettere alla prova se stesse. Qualche volta emerge anche il confronto con gli uomini, magari in situazioni dove le differenze di forza, resistenza, mobilità tra il corpo maschile e femminile si attenuano o si annullano, come nel trekking e nell’escursionismo.

Lo sport come volano di aggregazione
In età adulta, i motivi per cui le donne praticano sport di squadra possono essere sintetizzati in alcune parole chiave: attività fisica, divertimento, aggregazione, squadra. A volte si costituiscono squadre di amiche e amici, anche miste quindi, dove lo sport è il pretesto per ritrovarsi un paio di volte alla settimana, restando fisicamente attivi e divertendosi in una dimensione di aggregazione e socializzazione, magari partecipando a campionati di tipo amatoriale o a tornei in località turistiche, coniugando così vacanza e sport.

Parlando invece di scelte individuali, ci sono almeno un paio di tipologie interessanti. Alcune donne non hanno mai condotto una vita sportiva fino ai 40 anni e poi si convertono all’attività fisica perché vogliono stare meglio. Perché sentono le prime avvisaglie della “maturità” e vedono il loro corpo cambiare: tipicamente hanno mal di schiena, si sentono rigide o tendono a ingrassare. Infine, perché vogliono provare nuove esperienze. In genere vanno in palestra, dove l’offerta è amplissima. Oppure si avvicinano alla danza (al tango soprattutto), al jogging e allo speed walking. Ultimamente c’è un forte interesse alla corsa di resistenza, che si spinge fino alla distanza estrema della maratona. Anche in questo caso è premiante l’occasione per fare gruppo e trovare qualcuno con cui condividere belle esperienze. Per contro, può capitare che donne molto sportive da giovani, a volte a livello agonistico, abbandonino del tutto qualsiasi attività per il troppo impegno vissuto negli anni.

Il ruolo femminile nella famiglia
Infine, considerando gli stili di vita, le donne, oltre che rispondere del proprio benessere in funzione di scelte più o meno salutari, hanno una responsabilità aggiuntiva, rappresentando un riferimento per la propria famiglia. Il ruolo esemplare della mamma è ben noto per le abitudini alimentari: scelta del menù, influenza su qualità e quantità di cibo nel piatto, giudizio e messaggi sull’immagine corporea dei figli. Per quanto riguarda l’attività fisica questo ruolo è altrettanto importante, soprattutto nel rapporto tra mamma e figlia, in un momento delicato di costruzione dell’immagine corporea in cui possono intervenire distorsioni con conseguenze a volte drammatiche, come capita in certi casi di anoressia o obesità. È stato dimostrato che il supporto familiare attenua il declino dell’attività fisica tra le adolescenti e pone le basi perché mantengano anche da adulte questa sana abitudine. D’altra parte, c’è esperienza anche di effetti controproducenti: se i genitori spingono con troppa insistenza i figli a fare sport, ottengono il risultato opposto, un deciso rifiuto.

I dati recenti di un’indagine congiunta Coni-Istat realizzata nel 2011 dicono che le donne praticano meno attività fisica degli uomini, ma sono in recupero. Se nel 2000 c’erano 57 donne ogni 100 uomini che praticavano sport in modo saltuario, questo numero è salito a 61 nel 2005 e a 70 nel 2010. Resta invece stabilmente sbilanciato il numero di donne che praticano attività in modo continuativo: 63 ogni 100 uomini nel 2000, 67 nel 2005 e 65 nel 2010. La spiegazione più semplice è che la volontà di fare movimento c’è, ma bisticcia con la quotidianità. A ridimensionare il distacco c’è il fatto che, nella vita di tutti i giorni, una donna è attiva per definizione. Spesso infatti il secondo lavoro, quello domestico, impone comunque un certo impegno fisico: lavare i pavimenti, fare le pulizie di casa, fare la spesa ecc. Qualcuno ha osato obiettare che gli elettrodomestici hanno ridotto di molto questo carico di movimento fisico. Sarà pur vero che le lavandaie di qualche generazione fa consumavano più calorie di una donna d’oggi che carica una lavatrice in pochi minuti. Ma ben vengano, grazie alla lavatrice, quelle calorie bruciate in meno e quei minuti in più di tempo libero da dedicare a se stesse, magari in palestra.

Isabella Scursatone, laureata in Scienze motorie, è docente di “Ginnastica ritmica” e di “Pilates” presso la Scuola universitaria interfacoltà in scienze motorie (Suism) di Torino. È allenatrice e giudice nazionale di ginnastica ritmica, e mass choreographer di cerimonie.

Maria Caire, laureata in Scienze motorie, è docente di “Sport di squadra” e di “Organizzazione degli eventi sportivi” presso la Scuola universitaria interfacoltà in scienze motorie (Suism) di Torino. È manager nell’organizzazione di eventi sportivi.

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VIVERE INSIEME, NEL TEMPO LIBERO Pilates: alla ricerca di equilibrio e armonia, non soltanto in palestra 08/01/2014

Joseph Pilates (1883-1967)
Cos’è il Pilates? Per rispondere a questa domanda, è meglio fare un passo indietro e chiedersi piuttosto: chi era Pilates? Joseph Pilates è nato nel 1883 a Mönchengladbach, vicino a Dusseldorf, da madre tedesca (naturopata) e padre greco (ginnasta). Senza dubbio le origini familiari e culturali possono aver influenzato la sua profonda convinzione di uno stretto legame tra mente e corpo. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti e essersi portato dietro un’esperienza decennale da prigioniero di guerra, elaborò un metodo di allenamento mirato ad approfondire la conoscenza del proprio fisico, perfezionandone la postura, la tonicità e la flessibilità. Il suo obiettivo era migliorare lo stile di vita raggiungendo un corretto equilibrio con se stessi attraverso l’esercizio fisico eseguito in modo mirato e consapevole.

Ascoltare il proprio corpo
Il valore aggiunto rispetto a un esercizio di ginnastica “qualsiasi” è proprio l’opportunità di acquisire la coscienza del corpo, ascoltarlo mentre lo si mette in movimento. Oltretutto questa consapevolezza non si esaurisce soltanto durante l’esercizio in palestra, ma diventa un patrimonio personale da portare con sé nella vita quotidiana ed esercitare – nel vero senso della parola, vale a dire attraverso l’uso e il controllo della muscolatura portante – in ogni momento della giornata. Anche quando si sta seduti in ufficio, si cammina per la strada o si fanno i lavori domestici.

Il “metodo Pilates” è oggi noto semplicemente come Pilates, ma il fondatore aveva coniato il termine di Contrology, facendo preciso riferimento a uno dei 6 principi cardine del suo metodo che si possono rendere con altrettante parole chiave piuttosto intuitive: concentrazione, controllo, baricentro, respirazione, precisione, fluidità.

Tante declinazioni diverse
Oggi come oggi, il Pilates è praticato nelle palestre di tutto il mondo e ha raccolto negli ultimi anni un clamoroso successo di pubblico. Ma cosa è rimasto dei suoi presupposti originali? «Il presente del Pilates è il risultato di tanti percorsi diversi, alcune scuole sono più ortodosse e con precisi riferimenti al metodo sviluppato dal suo fondatore; altre hanno sviluppato un approccio più moderno, in linea con le conoscenze man mano acquisite sulla biomeccanica del corpo umano. In mezzo ci sono tutta una serie di sfumature, alcune però decisamente lontane dall’idea originale della quale usano il nome non sempre a pieno titolo, soprattutto oggi che il Pilates fa tendenza». A descrivere questa variegata situazione è Isabella Scursatone, torinese, che vanta una solida formazione sul metodo Pilates grazie anche a stages a New York e Londra. È docente di Ginnastica ritmica e Pilates presso la Scuola universitaria interfacoltà in scienze motorie (Suism) di Torino. «Le molte declinazioni del Pilates non sono solo la conseguenza della sua popolarità. Già poco prima della morte del fondatore, infatti, i suoi stretti collaboratori avevano iniziato a dare delle personali interpretazioni del metodo che poi hanno trovato sviluppo ulteriore negli anni successivi. Ciò dipende anche dal fatto che il metodo Pilates si presta a rivisitazioni e modulazioni in funzione dell’utilizzo e delle caratteristiche del praticante, senza per questo abbandonare i suoi principi. È possibile graduare difficoltà e intensità degli esercizi, impostare il lavoro su posture differenti e intervenire su problemi e patologie specifiche della colonna e non solo», prosegue Isabella Scursatone.

Ampie indicazioni, terapeutiche e non
I giochi sono piuttosto aperti anche perché il Pilates non è protetto da un marchio registrato. Da qui l’offerta a volte un po’ troppo generica e non sempre qualificata. Ma è meglio tenere alta la guardia rispetto a proposte non esattamente “doc”, oppure è preferibile la strada de “la sedentarietà è comunque peggio”? «Da una parte, bisogna tener presente che per quanto il ritmo sia lento e sincronizzato con la respirazione e l’esercizio controllato, un lavoro impostato con scarsa professionalità e senza la dovuta attenzione alle esigenze individuali e alla correzione in corso d’opera degli esercizi, può fare danni. D’altra parte, il successo del Pilates moltiplica le probabilità che le persone facciano movimento e siano sensibilizzate alla sua importanza: può essere quindi il primo passo di una piccola rivoluzione culturale individuale che va letta positivamente. Con un duplice ulteriore vantaggio: l’invito al Pilates si può rivolgere a tutti, a uomini e donne di qualunque età e condizione fisica e il metodo è adattabile ai bisogni di ciascuno. Lo possono fare le persone senza alcun acciacco o problema di salute, ma anche quelle che necessitano di interventi di riabilitazione e rieducazione», spiega ancora Isabella Scursatone.

E proprio una revisione pubblicata nel 2013 ha dimostrato l’efficacia del Pilates per il mal di schiena, uno dei problemi più diffusi che soprattutto nel mondo occidentale affligge così tante persone. Con il Pilates si possono evitare tanti inutili interventi riabilitativi, per non parlare della riduzione del ricorso a farmaci che spesso si rivelano solo meri palliativi. «Ma sono candidati al metodo Pilates anche i pazienti veri e propri, per esempio quelli colpiti da tumore, che tra l’altro necessitano in modo particolare di ristabilire un rapporto di equilibrio con il proprio corpo», continua l’esperta torinese. «Non dimentichiamo infine che il Pilates è cruciale per le donne in stato interessante e per quelle che hanno partorito da poco. Si tratta infatti di una categoria di persone che ha necessità di lavorare sui repentini cambiamenti posturali. Il Pilates si può praticare già una quarantina di giorni dopo il parto, naturale o cesareo, e il lavoro profondo è in grado di ripristinare la tonicità della muscolatura addominale e pelvica dopo la dolce attesa».

Maria Rosa Valetto

Un commento
Il dolore lombare
Inviato da Sergio (non verificato) il Mer, 08/01/2014 – 19:35
Sono testimone, per esperienza diretta, dell’efficacia di un’applicazione costante del metodo Pilates, pur limitato a una seduta settimanale, per il recupero di funzionalità a livello lombare di un rachide stressato da anni di pratica pallavolistica seguita da un lungo periodo di inattività.

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